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2009
Un recente rapporto Dexia Crediop – CENSIS – Federcasa, dal titolo
“Social Housing e agenzie pubbliche per la casa” (che mi è stato
cortesemente fornito da Luciano Cecchi, presidente di Federcasa)
affronta con ampio respiro il tema enunciato nel titolo. Mi è parso
interessante farne una sintesi per i nostri lettori (chi desiderasse
leggere il testo integrale può richiedermelo).
Introduzione. Vengono accennati i temi che verranno sviluppati nei
capitoli successivi e inquadrati nel contesto attuale, che vede
riemergere con forza il tema della casa per il concorrere di diversi
elementi: l'aumento della domanda di case in affitto, la riduzione
dell'offerta pubblica, l'esaurimento delle risorse pubbliche (GESCAL),
le pesanti difficoltà della situazione economica. Nei primi capitoli
vengono presi in esame la condizione alloggiativa in generale e i
diversi fattori di aumento della domanda (aumento del numero delle
famiglie, immigrazione) e della sua diversificazione (anziani, esigenze
temporanee). Il capitolo successivo affronta gli elementi dell'offerta,
insufficiente quantitativamente e inadeguata qualitativamente. Vengono
poi esaminate in dettaglio le politiche delle ALER e delle Regioni (ALER
è in realtà l'acronimo di azienda lombarda per l'edilizia residenziale,
non si attaglia quindi a tutte le aziende eredi degli Istituti per le
case popolari; tuttavia, scrivendo a Milano, il termine è divenuto quasi
sinonimo di azienda pubblica per la casa). Infine, negli ultimi
capitoli, vengono esaminate alcune iniziative locali (tra cui, di
particolare interesse per noi, l'esperienza di collaborazione ALER-DAR
nel quartiere Stadera) e le politiche in atto in alcuni paesi europei.
Casa in proprietà e casa in affitto. Negli otto anni dal 2000 al 2007
sono state costruiti quasi 2,5 milioni di nuove case, e sono stati
spesi, per manutenzione straordinaria di immobili esistenti, oltre 250
miliardi di euro. Nello stesso periodo sono state compravendute in
Italia oltre sei milioni di case, in crescita di anno in anno, salvo un
lieve calo nel 2007 (ed un altro, più accentuato, previsto per il 2008).
Questa crescita del patrimonio immobiliare si è accompagnata ad un
processo di decentramento, con una riduzione della popolazione dei
centri di oltre 250.000 abitanti del 5,4% tra il 1991 e il 2007, e un
contemporaneo aumento di popolazione dell'11,4% nelle prime corone
urbane, del 14,9% nelle seconde corone urbane, e del 9,3% nel resto del
territorio. Il numero di pendolari è passato da poco meno di 9 milioni
nel 1991 ad oltre 13 milioni nel 2007.
A questo notevole incremento nel numero delle case di proprietà ha
corrisposto un calo del comparto dell'affitto, sceso dal 31,5% del
totale delle famiglie nel 1983 al 21,3% nel 2004. Questa riduzione in
assoluto del numero di case in affitto si è accompagnata ad una
importante mutazione sociale: mentre nei ceti meno abbienti la
percentuale di famiglie in affitto restava stazionaria o scendeva
leggermente, nel quinto più ricco della popolazione il numero di
famiglie in affitto è passato, sempre tra il 1983 e il 2004, dal 16,3 al
7,1%, e nel secondo quintile dal 27,6 al 12,6%. La popolazione in
affitto tende quindi sempre più a identificarsi con le fasce sociali
medio-basse, ciò che, insieme all'aumento generalizzato dei canoni nel
settore privato, rende sempre più oneroso il peso dell'affitto sul
bilancio domestico. A dimostrazione di questo, il rapporto segnala il
fatto che il numero di sfratti per morosità, che rappresentava il 26%
del totale degli sfratti nel 1990, è salito al 77% del totale nel 2007.
A fronte di queste difficoltà la legge 431 del 1998 ha istituito un
fondo sociale per l'affitto, che è, da una parte, insufficiente (lo
stanziamento annuale è passato dai 310 milioni del '98 a un massimo di
367 nel 2000, per scendere poi sino a 205 milioni nel 2008), e
dall'altra non risolve strutturalmente il problema, ma richiede una
spesa corrente duratura e crescente nel tempo, dato che il mercato si
adegua alla presenza dell'aiuto. (Sappiamo tuttavia che tale forma di
aiuto ha il suo posto nei programmi di tanta parte delle forze politiche
e sindacali; questo lo aggiungo io, non il rapporto).
I fattori che spingono la domanda. Il primo fattore che spinge
all'aumento della domanda di alloggi è l'aumento del numero di famiglie,
cresciuto di oltre 350.000 all'anno tra il 2003 e il 2007 (da 22,9 a
24,3 milioni); contemporaneamente il numero di componenti per nucleo
familiare è sceso da 2,52 a 2,44. Accanto al caso generale delle
famiglie, il rapporto considera alcuni settori particolari in cui la
domanda è certamente molto superiore all'offerta.
Il primo di tali settori è quello degli universitari fuori sede: gli
studenti iscritti ad un'Università ubicata in una provincia diversa da
quella di residenza, sono circa 650.000, poco meno di metà dell'intera
popolazione studentesca. A fronte di questi 650.000 sono disponibili
solo 54.000 posti letto, tra case dello studente e collegi privati e
religiosi. Gli altri o non frequentano, o fanno i pendolari, o
alimentano un mercato dell'affitto particolarmente drogato, non solo
nelle grandi città (Milano ha 72.000 fuori sede, Roma 65,000), ma anche
in molte città universitarie (Pisa ha 30,000 fuori sede, pari al 34%
della popolazione residente, Padova ne ha 33.000, pari al 16%)..
I giovani che si affacciano sul mercato del lavoro e ambiscono a formare
una famiglia rappresentano un altro potenziale fattore di domanda.
Secondo un'indagine Istat del 2006, il 37,6% dei giovani tra i 26 e i 35
anni con un'occupazione continuano a vivere con i genitori, soprattutto
se maschi. E' difficile stimare per quanti di loro la permanenza nella
famiglia d'origine sia condizionata dalla mancanza di una casa e per
quanti viceversa si tratti di una scelta di convenienza, tuttavia è
certo che la difficoltà di ottenere un mutuo o anche solo di documentare
un reddito continuativo per ottenere un appartamento in affitto
influisce su questa situazione, che vede l'Italia fanalino di coda in
Europa.
Un altro segmento di popolazione che preme sul mercato dell'affitto è
rappresentato dagli immigrati. Si tratta di una popolazione in rapida
crescita (quasi raddoppiata tra il 2003 e il 2007), presente soprattutto
al Nord, dove maggiori sono le opportunità di lavoro, e in particolare
nelle città (a Milano rappresentano il 13% della popolazione, a Torino e
Firenze oltre il 9, a Bologna l'8, a Roma il 7). La mancanza di
un'organica politica di integrazione, e più in generale la debolezza
delle politiche abitative per le fasce medio-basse hanno causato una
situazione di diffusa precarietà, aggravata da fattori discriminatori.
Come conseguenza, la situazione abitativa degli immigrati tende ad
essere estremamente variata: da un lato cresce l'accesso alla proprietà
della casa da parte degli immigrati da più tempo in Italia (oltre
centomila acquisti ogni anno e in continuo aumento tranne un calo nel
2008), dall'altra l'area degli ultimi arrivati e degli irregolari,
confinate nelle città invisibili ai bordi delle aree ferroviarie, nelle
aree dismesse o nei casolari abbandonati. Tra questi due estremi la
maggioranza vive in appartamenti in affitto, spesso in coabitazione, o
in case popolari, laddove sia ammessa nelle liste.
L'ultimo settore considerato è quello della popolazione anziana. Gli
ultrasessantacinquenni in Italia sono quasi dodici milioni, pari al 20%
della popolazione, e il loro numero, così come la loro incidenza sul
totale della popolazione, è in continua crescita (oltre un milione in
più tra il 2002 e il 2007). Gli anziani sono portatori di bisogni
particolari, relativi ad almeno tre fattori:
- quello economico, trattandosi in gran parte di persone a reddito
medio-basso;
- quello fisico, relativo all'adeguatezza dell'abitazione rispetto alle
esigenze specifiche;
- quello sociale, trattandosi spesso di persone sole:
Per quanto riguarda gli aspetti reddituali, gli anziani rappresentano
una categoria particolarmente esposta al caro-affitti, e, anche quando
siano proprietari, magari di alloggi divenuti sovradimensionati, con
difficoltà per la gestione e manutenzione dell'abitazione. Secondo una
rielaborazione dei dati Istat dell'ultimo censimento (2001) erano quasi
1,5 milioni gli anziani residenti in edifici in stato di conservazione
definito “mediocre” o “pessimo”, circa otto milioni quelli che vivono in
edifici privi di ascensore, 400.000 in abitazioni prive di impianto di
riscaldamento.
Il patrimonio pubblico. Nel 2006 le ATER (aziende “territoriali” di
edilizia residenziale) gestivano un patrimonio di quasi 940.000 alloggi,
di cui però solo 768.000 in locazione, pari a meno del 3,5% del totale
delle abitazioni. La conseguenza di questo modestissima disponibilità di
alloggi di ERP è la durata dell'attesa per le numerose famiglie in
graduatoria per ricevere un alloggio (oltre centomila nelle dieci
principali città del paese). Il già modesto stock di abitazioni
pubbliche è andato riducendosi negli anni a causa del processo di
dismissione degli immobili residenziali degli ex-IACP e dei Comuni, che
ha portato, tra il 1993 e il 2006, alla vendita di oltre 150.000
alloggi, con un ricavo medio di 23,700 euro per alloggio. Sul totale
degli alloggi in locazione solo il 91,6% sono effettivamente assegnati;
gli altri sono o in attesa di assegnazione o in manutenzione, o occupati
abusivamente, come vedremo meglio in seguito.
Il rapporto passa poi ad esaminare la variazione del profilo dell'utenza
tra il 2001 e il 2006; nella tabella seguente presento alcuni dati
relativi all'evoluzione del numero totale di alloggi e di abitanti nel
periodo, alla presenza negli alloggi di immigrati, di ultrasessantacinquenni, di nuclei in prima fascia di reddito, dato
quest’ultimo (disponibile solo per il 2006) ritenuto indicatore
significativo di povertà e disagio.
Tabella 1

Il rapporto prosegue con l'analisi dei bilanci delle aziende casa, di
scarso interesse per noi, e passa poi alle politiche per la casa
attuate, o avviate, o non attuate, dalle diverse regioni, a oltre dieci
anni dalla sanzione legislativa dell'autonomia regionale in materia di
casa.
Alcune regioni hanno colto l'occasione del nuovo statuto regionale per
inserire l'impegno ad assicurare una casa adeguata (così, ad es.,
l'Abruzzo, il Lazio, il Piemonte). Altre, viceversa,
hanno eliminato ogni preesistente riferimento a politiche abitative (tra
le altre la Lombardia, la Puglia, la Toscana).
Altrettanto differenti, poi, sono le concrete politiche abitative
portate avanti dalle regioni. Il rapporto presenta, in dettaglio, i
programmi di Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana e Marche. Tutti
questi programmi, pur nella loro varietà, sono caratterizzati
dall'emergere, sia pure ancora in via sperimentale, di nuovi approcci al
di là della tradizionale costruzione e gestione di immobili di ERP.
Alcune indicazioni presenti in più di un programma regionale:
- riqualificazione di immobili esistenti a preferenza della costruzione
di nuovi edifici;
- risparmio energetico;
- incentivi a privati perché affittino a canoni inferiori al mercato;
- sperimentazione di forme di autocostruzione e autorecupero.
Tutte queste forme di intervento sono caratterizzate dall'essere
sperimentali e di avere una dotazione finanziaria molto contenuta. Sarà
interessante poter disporre di un prossimo rapporto che tracci il
bilancio di questi primi anni di applicazione.
Particolarmente innovativo sembra a me il programma della regione
Toscana, che prevede, tra l'altro, la possibilità di acquistare la nuda
proprietà di alloggi occupati da anziani, che così possono realizzare un
piccolo capitale continuando a vivere nella propria casa, trasferita al
patrimonio di ERP dopo la morte del proprietario; la possibilità di
cofinanziare interventi di recupero di alloggi di proprietà privata, a
condizione che il proprietario accetti di affittarli per un certo numero
di anni a canoni concordati; il coinvolgimento degli inquilini di
alloggi pubblici in interventi di riqualificazione e miglioramento
dell'alloggio occupato.
La grande diversità di situazioni (che tra l’altro vede la Lombardia nel
gruppetto di coda delle regioni italiane) è bene illustrata dalla
tabella seguente che presenta alcuni dati sulla situazione attuale (i
dati sui limiti di reddito per l'accesso all'ERP sono relativi al 2006;
gli altri dati sono tratti dai bilanci di previsione per il 2008). Per
ogni regione è indicata la spesa per la casa, la sua incidenza sul
bilancio regionale, la spesa pro-capite, ed infine il PIL pro-capite
(come indicatore della ricchezza media della regione) ed il limite di
reddito previsto per l'accesso alle case di ERP.
Tabella 2

NB: sono escluse dall’elenco le regioni che calcolano il reddito limite
di accesso all’edilizia pubblica attraverso il reddito convenzionale
espresso tramite valore ISEE e ICEF.
Il rapporto prosegue con l'analisi dei bilanci delle aziende casa e
passa poi alle politiche per la casa attuate, o avviate, o non
attuate, dalle diverse regioni, a oltre dieci anni dalla sanzione
legislativa dell'autonomia regionale in materia di casa. Alcune regioni
hanno colto l'occasione del nuovo statuto regionale per inserire
l'impegno ad assicurare una casa adeguata (così, ad es., l'Abruzzo, il
Lazio, il Piemonte). Altre, viceversa, hanno eliminato ogni preesistente
riferimento a politiche abitative (tra le altre la Lombardia, la Puglia,
la Toscana). Diversissimo il livello di spesa per la casa delle varie
regioni, con la Lombardia agli ultimi posti sia come spesa pro-capite
che come percentuale del PIL. Altrettanto differenti, poi, sono le
concrete politiche abitative portate avanti dalle regioni. Il rapporto
presenta, in dettaglio, i programmi di Lombardia, Piemonte, Liguria,
Toscana e Marche. Tutti questi programmi, pur nella loro varietà, sono
caratterizzati dall'emergere, sia pure ancora in via sperimentale, di
nuovi approcci al di là della tradizionale costruzione e gestione di
immobili di ERP, tra cui, ad esempio:
- riqualificazione di immobili esistenti a preferenza della costruzione
di nuovi edifici;
- risparmio energetico;
- incentivi a privati perché affittino a canoni inferiori al mercato;
- sperimentazione di forme di autocostruzione e autorecupero.
Particolarmente innovativo il programma della regione Toscana, che
prevede, tra l'altro, la possibilità di acquistare la nuda proprietà di
alloggi occupati da anziani; la possibilità di cofinanziare interventi
di recupero di alloggi di proprietà privata, a condizione che il
proprietario accetti di affittarli per un certo numero di anni a canoni
concordati; il coinvolgimento degli inquilini di alloggi pubblici in
interventi di riqualificazione e miglioramento dell'alloggio occupato.
Ricordo che il rapporto completo è a disposizione di chi lo desideri.
Il rapporto passa poi ad esaminare il ventaglio delle esperienze
locali volte ad aumentare l'offerta di abitazioni in affitto:
- mediante l'obbligo di destinare all'affitto a canoni convenzionati una
parte delle nuove costruzioni (in genere tra il 10% [Torino] e il 20%
[Firenze] della superficie residenziale)
- mediante la messa a disposizione di aree pubbliche per realizzare
nuova edilizia abitativa in affitto (Milano);
- mediante l'azione di società immobiliari partecipate dal Comune
(Venezia).
Sappiamo (anche per averlo potuto verificare direttamente) che non
sempre i risultati sono quelli auspicati, ad esempio perché vengono
stabilite quote di superficie in affitto troppo basse, o durate del
vincolo insufficienti (in qualche caso solo dodici anni), o canoni
convenzionati troppo vicini al mercato libero.
Un'altra strada che si è iniziato ad esplorare è quella dei fondi
immobiliari etici: particolarmente importante quello lanciato dalla
Fondazione Housing Sociale, costituita dalla Fondazione Cariplo con
Regione Lombardia e ANCI; significativo anche l'analogo progetto
promosso dall'associazione industriale di Bologna, preoccupata per la
tenuta sociale e produttiva della città, dove oltre metà della
popolazione è formata da ultrasessantacinquenni e da studenti.
Rientrano nel campo delle sperimentazioni locali alcune iniziative,
definite «buone pratiche locali», a cui il rapporto dedica numerose
pagine:
a) Villaggio Barona a Milano: intervento di riqualificazione urbana
attuato, con finanziamenti prevalentemente privati, attraverso la
realizzazione di varie funzioni in un insieme integrato: residenza
sociale (78 alloggi a canone sociale e concordato), spazi per attività
commerciali e artigianali, quattro comunità alloggio (per ragazze madri,
disabili intellettivi, anziani, malati terminali), pensionato sociale
(110 posti letto), strutture di servizio e promozione culturale, parco
pubblico.
b) Quartiere Stadera a Milano: intervento di riqualificazione di un
quartiere di edilizia popolare caratterizzato dalla cooptazione del
«privato sociale», con l'affidamento a due cooperative della
ristrutturazione e gestione di due edifici. Il rapporto sottolinea il
ruolo della cooperativa DAR (definita il «principale soggetto di
riferimento»), in particolare per l'inserimento di famiglie immigrate
nel quartiere.
c) Agenzia per la locazione di Rimini: classica “agenzia sociale per
l'affitto” che garantisce al proprietario il regolare pagamento del
canone, la manutenzione dell'alloggio e la sua liberazione al termine
del periodo di affitto a fronte di una riduzione del canone (mediamente,
sinora, del 20%). L'agenzia, operando in stretto contatto con gli enti
locali, si propone di ridurre ulteriormente i canoni attraverso
l'adozione del canone concordato, favorito da consistenti sgravi fiscali
(abbattimento del 40% per l'IRPEF, ICI al 2 per mille); gli inquilini
(famiglie in difficoltà, immigrati, studenti fuori sede) sono segnalati
dalla Provincia, dalle associazioni imprenditoriali e dall'Università.
d) Un progetto di autocostruzione in Umbria: il modello di
autocostruzione, progettato e realizzato dalla cooperativa Alisei col
sostegno della Regione Umbria, non è solo l'attiva partecipazione dei
futuri proprietari ai lavori di costruzione, ma è molto di più:
selezione e formazione dei partecipanti (in maggioranza immigrati) per
assicurare il buon svolgimento dei lavori; progettazione semplificata e
standardizzata; appoggio dei Comuni per la cessione dei terreni a
condizioni agevolate e della Regione per la ricerca dei finanziamenti
bancari.
e) Il co-housing a Milano Bovisa: il co-housing consente, attraverso la
condivisione di alcuni spazi comuni (che possono essere una lavanderia,
un ripostiglio-magazzino, una biblioteca – sala lettura, una sala giochi
per bimbi, stanze per ospiti, o anche un soggiorno-cucina dove pranzare
insieme) sia un risparmio economico sia la realizzazione di legami di
solidarietà e di amicizia (o il loro mantenimento nel caso di co-housing
da parte di un gruppo di amici). L'«Urban Village Bovisa» muove
attualmente i suoi primi passi, ed è uno dei più grandi insediamenti di
co-housing in Italia.
f) Coresidenza a Trento: a differenza della generalità delle esperienze
di coresidenza che nascono da privati, il progetto del comune di Aldeno
è interamente pubblico (Comune, provincia autonoma di Trento e ITEA - l'Aler
del Trentino), e prevede la trasformazione di un grande edificio di
proprietà comunale, inutilizzato da anni, in coresidenza per anziani e
famiglie, oltre che a sede di alcuni servizi comunali. La progettazione
tiene conto della possibilità di ospitare dei disabili non solo
eliminando tutte le barriere architettoniche, ma anche, per esempio,
abbassando le finestre così da consentire la vista anche a persone
sedute o allettate.
g) Il piano regionale per l'autocostruzione in Lombardia: è un programma
sperimentale della Regione, anch'esso appoggiato alla cooperativa
Alisei, che ha fatto registrare un numero di domande di partecipazione
molto superiore alle attese.
h) Il quartiere Siberia a Napoli: esempio ben riuscito di autogestione
di un gruppo di abitanti di un quartiere di edilizia popolare
provenienti dal quartiere Siberia (non in prossimità del nuovo
insediamento), i quali, consci del miglioramento delle loro condizioni
in conseguenza dell'assegnazione dei nuovi alloggi negli anni '70 e
desiderosi di mantenerle, si sono organizzati e autotassati per
mantenere la pulizia dei luoghi e il buon funzionamento degli impianti,
con la conseguenza di avere anche migliorato la coesione sociale nel
quartiere, riducendo gli episodi di vandalismo e morosità.
i) Via Arquata a Torino: intervento sperimentale di riqualificazione
urbana promosso da Comune, Regione, Azienda casa ma che coinvolge anche
la popolazione del quartiere (cooperative sociali, sindacati,
associazioni) per la ristrutturazione di 42 palazzine e la realizzazione
e/o integrazione di una serie di servizi (aree verdi, parcheggi, aree
attrezzate per i giochi, centro incontro anziani, sala polifunzionale,
attività ricreative, culturali e di assistenza domiciliare, servizio di
lavanderia, eccetera).
l) Investimenti a costo zero: gli ultimi due interventi presentati
riguardano due iniziative (dell'azienda casa di Firenze e dell'azienda
casa di Roma) volte a realizzare interventi di riqualificazione del
patrimonio senza oneri per l'azienda. In entrambi i casi il problema è
stato risolto affidando a terzi la progettazione, il finanziamento, la
realizzazione e la gestione di impianti fotovoltaici a fronte di spese
per la manutenzione del patrimonio. A Firenze si è trattato soprattutto
di rifare tutte le coperture degli edifici (in quanto realizzate in
Eternit, contenente amianto), a Roma, dove l'intervento ha interessato
oltre mille alloggi, l'intervento prevede anche l'abbattimento delle
barriere architettoniche e la sistemazione a verde degli spazi esterni.
L'ultimo capitolo del rapporto è dedicato all'esame di alcune
esperienze europee, Francia, Gran Bretagna e Spagna. Preliminarmente
il rapporto osserva che, come è noto, le politiche della casa, e gli
investimenti pubblici nel settore, sono state ben diverse tra i paesi
del Nord e del Sud Europa: nei primi l'intervento pubblico aveva una
funzione generale di regolazione e riequilibrio del mercato, mentre nei
secondi l'obiettivo primario era facilitare l'accesso alla proprietà
della casa, riservando la costruzione di alloggi da affittare a canoni
sostenibili alle fasce più deboli della società. Il quadro ha cominciato
a cambiare negli anni '80, con un generale spostamento verso il sostegno
all'acquisto. Così, tra il 1980 e il 2003, la quota di alloggi in
affitto (sociale e di mercato) è scesa dal 58 al 43% nei Paesi Bassi,
dal 42 al 31% in gran Bretagna, dal 38 al 31% in Belgio, dal 36 al 20%
in Italia e addirittura dal 21 all'11% in Spagna.
In Francia questo passaggio dall'affitto alla proprietà è avvenuto in
misura molto contenuta: tra il 1984 e il 2006 la percentuale di alloggi
in affitto è passata dal 48 al 43% del totale; di questi, poco meno
della metà è rappresentata dall'affitto sociale, differenziato in tre
livelli (inferiore, standard e superiore) cui corrispondono diversi
canoni e diversi livelli di reddito per l'accesso. Gli interventi di
edilizia sociale non sono appannaggio del settore pubblico, ma possono
essere realizzati da agenzie pubbliche, da aziende sociali, da
cooperative, tutte sottoposte a una precisa regolamentazione e godono di
esenzioni fiscali e finanziamenti agevolati. Il piano casa varato dal
governo nel dicembre 2007, anche sotto la spinta delle grandi
manifestazioni dei senza casa, prevede, tra l'altro, un imponente
programma di costruzione di nuovi alloggi di cui almeno il 20% destinato
all'affitto sociale, il risanamento di 800.000 alloggi di edilizia
sociale degradati, l'assegnazione di un alloggio sociale a tutti coloro
che abbiano i requisiti per ottenerlo, anche attraverso l'allontanamento
di coloro che da tempo abbiano superato i limiti per l'accesso.
In Gran Bretagna il rovesciamento della politica abitativa in atto
dall'inizio del secolo operato negli anni '80 dal governo Thatcher è
stato brusco e massiccio, con la svendita a privati di 1,65 milioni di
alloggi pubblici e un drastico taglio dei finanziamenti agli enti
locali. Dal 1981 al 2006 gli alloggi in proprietà sono passati dal 58 al
70% del totale, quelli in affitto da privati sono rimasti attorno
all'11%, mentre gli alloggi in affitto sociale sono scesi dal 31 al 18%.
Gli alloggi in affitto sociale sono prevalentemente di proprietà dei
Comuni, che li gestiscono autonomamente e definiscono i criteri per
l'accesso, entro alcuni limiti indicati dal governo, mentre altri, in
numero crescente (dal 2% del totale degli alloggi trent'anni fa ad oltre
l'8% oggi), sono di proprietà di «housing associations», associazioni,
piccole e grandi, con molte caratteristiche simili a quelle di DAR.
In Spagna, come si è detto, il numero di alloggi a canone sociale è
bassissimo, circa l'1% del totale delle abitazioni, un livello di gran
lunga inferiore a quello italiano, contro un 10% di alloggi in affitto a
libero mercato e un 87% in proprietà (un altro 2% di prime case è
occupato ad altro titolo). L'intervento pubblico si è rivolto
soprattutto a facilitare l'acquisto, convenzionando uno stock di alloggi
(circa il 15% del totale delle prime case) a prezzi sensibilmente
inferiori (anche del 20-30%) a quelli di mercato. Il vincolo sul prezzo
non riguarda solo il costruttore (aziende pubbliche, imprese
commerciali, cooperative) ma anche l'acquirente, normalmente per
trent'anni dalla costruzione. Gli alloggi convenzionati (“viviendas
protegidas”) sono finanziati mediante sgravi fiscali, convenzioni
promosse dal governo con le banche per finanziamenti a tasso agevolato,
ed anche con sussidi diretti.
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