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Tre documenti sull'immigrazione: Nomisma, InterSOS e Naga

2009

Da alcuni anni è in atto nel nostro paese un profondo degrado del clima di civile convivenza, mentre cresce l'intolleranza verso i diversi, gli immigrati, i poveri, alimentati, l'uno e l'altra, da una serie di affermazioni e luoghi comuni falsi o almeno distorsivi della verità. Ben vengano quindi tre recenti rapporti che sfatano alcuni luoghi comuni della propaganda razzista. Si tratta dell'ultimo rapporto sugli orizzonti economici di Nomisma, del rapporto "Aiutarli a casa loro?" di InterSOS e di un recente rapporto del Naga

1. Gli immigrati fanno bene all'export italiano.
Nel suo ultimo rapporto sugli orizzonti economici, Nomisma, la società di consulenza fondata da Romano Prodi, individua un particolare circolo virtuoso tra le due sponde del Mediterraneo: da una parte le rimesse degli emigrati contribuiscono ad alimentare la crescita di questi paesi, stabilmente attestata attorno al 4÷7 % annuo, anche in questo periodo di crisi; d'altra parte la crescita economica induce in questi paesi una maggiore importazione di beni, provenienti in gran parte dall'Italia (nel 2008 l'export complessivo dell'Italia è cresciuto del 5% sul 2007, mentre l'aumento verso i paesi mediterranei è stato del 25%). Secondo gli esperti di Nomisma un ruolo importante in questa crescita lo hanno proprio le comunità di emigrati in Italia, che svolgono un'azione di promozione indiretta del "made in Italy" nei paesi di origine.

2. Migrazioni e aiuti.
L'organizzazione umanitaria per l'emergenza InterSOS ha recentemente pubblicato un rapporto dal titolo significativo "Aiutarli a casa loro?", una confutazione della risposta "buonista" della lega all'immigrazione, che dice, all'incirca, "dato che non possiamo aprire le nostre case, apriamo il nostro cuore e aiutiamoli a casa loro". Naturalmente queste buone intenzioni possono ingannare solo chi vuole essere ingannato, essendo noto a tutti che da vent'anni a questa parte l'Italia ha disatteso tutti i suoi impegni in fatto di aiuti allo sviluppo (negli anni '80 destinavamo agli aiuti lo 0,3% del PIL, oggi siamo allo 0,09%, mentre tutti gli altri "grandi" - Canadà, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Stati Uniti - hanno aumentato il loro contributo avviandosi verso l'obiettivo, sottoscritto anche dall'Italia, dello 0,7% del PIL). Al contrario la risposta “cattiva”, quella dei respingimenti, del "reato di clandestinità", della detenzione nei CPT e così via, quella sì è stata prontamente messa in atto, con particolare ferocia.
Il rapporto di InterSOS ricorda questi numeri, ma insiste soprattutto su un altro fatto: solo meno del 2% degli immigrati proviene da paesi poverissimi, destinatari dell'aiuto allo sviluppo, mentre la stragrande maggioranza proviene da paesi "intermedi", perché "emigra solo chi ha i mezzi per farlo" (e non si parla solo delle migliaia di dollari per i trafficanti d'uomini, ma anche di conoscenze, istruzione, salute, capacità di iniziativa, intraprendenza). Affinché l'aiuto allo sviluppo possa avere effetti positivi nel contenere la spinta ad emigrare occorrono non solo mezzi molto superiori per un lungo periodo, ma una politica lungimirante e coordinata che al momento manca del tutto.
Infine, a proposito dei "respingimenti" dei disperati in cerca d'asilo, il rapporto sottolinea che anche in tema di rifugiati l'Italia è il fanalino di coda tra i paesi ricchi: Germania, Gran Bretagna e Francia, con una popolazione simile alla nostra (o anche un po' superiore, nel caso della Germania) hanno rispettivamente 582.000, 292.000, 160.000; Olanda e Svezia, molto più piccole dell'Italia, ne ospitano 77.000 ciascuna; in Italia sono solo 47.000.

3. Chi sono gli irregolari.
Il rapporto InterSOS, individuando gli immigrati tra chi ha i mezzi, culturali e materiali, per emigrare, delinea un'immigrazione prevalentemente di giovani, motivati, istruiti, sani. Questo quadro viene confermato da un recentissimo rapporto del NAGA, l'associazione di volontariato che da quasi vent'anni offre assistenza sanitaria e legale a cittadini stranieri, rom, richiedenti asilo.
Il rapporto si basa sulle oltre 47.000 schede compilate tra il 2000 e il 2008 dalle persone che si rivolgevano al NAGA per la prima volta; si tratta quindi, nella stragrande maggioranza, di immigrati irregolari (anche se molti di loro hanno potuto, in seguito, regolarizzare la propria posizione e accedere al SSN). Queste schede costituiscono quindi una delle più grandi banche dati sull'immigrazione irregolare, un fenomeno che per sua natura è difficile da studiare, tanto più oggi, dopo che una legge barbara ha inventato il cosiddetto "reato di immigrazione clandestina", trasformando automaticamente in "delinquenti" centinaia di migliaia di persone che in Italia vivono, lavorano, mandano i figli a scuola.
Il rapporto esamina vari aspetti di questa immigrazione, e ne segue lo sviluppo nel tempo. Qui possiamo darne solo, in forma molto sintetica, i principali risultati.
Per quanto riguarda la provenienza aumentano i Nordafricani e diminuiscono i Latinoamericani, mentre gli Est-europei, in forte crescita sino al 2003-2006, sono diminuiti in seguito all'ingresso in Europa della Romania (non sono diminuiti i rumeni immigrati, ma non sono più extra-comunitari).
Molto interessanti le indicazioni relative alle relazioni tra area di provenienza, sesso, età e stato civile. In modo estremamente sintetico possiamo dire che tra gli utenti del NAGA gli uomini sono sempre stati in numero superiore alle donne (tra il 52 e il 60% del totale), e mediamente più giovani (solo il 10% degli uomini, contro il 20% delle donne, hanno più di 45 anni al momento della prima visita). Dal punto di vista della provenienza, i più giovani sono gli Africani (Nord Africa e Africa sub-sahariana), che sono anche le popolazioni in cui prevalgono nettamente i maschi. Meno giovani, e prevalentemente donne, i provenienti dall'America latina e dall'Europa dell'Est (ad eccezione dell'Albania). Molto diversa anche la situazione familiare: il 60% degli uomini sono celibi, contro meno del 40% delle donne; analogamente, circa il 60% delle donne ha uno o più figli, contro il 40% degli uomini. Il rapporto del NAGA non si pronuncia sulle cause di queste differenze, ma ipotizza che possano rispecchiare differenze nelle motivazioni che spingono all'emigrazione (desiderio di migliorare la propria condizione prima di contrarre matrimonio per molti giovani, e viceversa necessità di sopperire ai bisogni della famiglia per molti uomini adulti e moltissime donne - tra cui sono significative le percentuali di separate e di vedove, spesso con figli).
Ma è sul tema dell'occupazione che il rapporto smentisce in pieno la vulgata razzista: "immigrato irregolare = delinquente". Non sorprende scoprire che la quasi totalità di questi immigrati o è occupata o è in cerca di un'occupazione (il numero di inattivi, studenti, casalinghe, pensionati, si aggira sul 2% del totale); forse meno scontate le altre cifre evidenziate dal rapporto, secondo cui nel 2008 solo il 34% delle persone in Italia da meno di un anno aveva un lavoro stabile (sia pure in nero), mentre questa percentuale saliva al 65% tra coloro che erano in Italia da più di uno e meno di due anni, e superava il 70% tra gli irregolari presenti da più di due anni.
Il rapporto indaga poi la relazione tra occupazione e titolo di studio (crescente dal 36% per gli analfabeti al 72% per i laureati) e tra occupazione e area di provenienza (in cui appaiono particolarmente svantaggiati gli originari dell'Africa sub-sahariana). Viene anche confermata la grande variabilità dell'occupazione femminile, che va dall'86% delle ucraine (percentuale addirittura superiore a quella dell'occupazione tra gli uomini), seguite dalle peruviane e boliviane con oltre il 70%, sino alle egiziane e marocchine con percentuali inferiori al 30%.
Infine un capitolo del rapporto riguarda le condizioni abitative di questi lavoratori: nel 2008 poco meno del 6% è senza fissa dimora (soprattutto uomini), e circa altrettanti vivono presso il datore di lavoro (soprattutto donne), mentre l'89% vive in affitto, quasi sempre in condizioni di grande affollamento (1,9 persone per stanza per le donne e 2,3 persone per stanza per gli uomini nel 2008; l'analogo indice per la popolazione italiana è 0,7 persone per stanza).
I dati numerici forniti nel rapporto sono naturalmente molto più numerosi di quanto è stato possibile riassumere, e molto interessanti le indicazioni che ne vengono tratte. Il rapporto è reperibile sul sito del NAGA (www.naga.it) od anche presso la segreteria di DAR (info@darcasa.org)


Alle origini dell'emigrazione.
Il rapporto di InterSOS, riassunto sopra, sottolinea un aspetto della relazione tra aiuti allo sviluppo ed emigrazione, evidenziando che i paesi potenzialmente destinatari dell'aiuto non sono quelli da cui partono gli emigranti.
A questo vorrei aggiungere che a determinare il fenomeno migratorio concorre molto più la domanda di manodopera del paese ospite che non la spinta ad emigrare dal paese di origine. Su questo punto riporto alcuni passi di una relazione di impressionante attualità tenuta ad un convegno del 1985 da André Jacques, un amico recentemente scomparso, responsabile del servizio migranti della Cimade, l'organizzazione ecumenica francese d'aiuto ai migranti.

Anche se non datano da oggi, le migrazioni incontrollate hanno preso un posto spettacolare nei mass media. La lotta di questi supersfruttati, unita agli sforzi dei poteri pubblici per mettere ordine nei flussi migratori, hanno lanciato l'allarme.
Gli Stati Uniti, come la Francia, il BIT, il CIM, la CEE, le associazioni ed i partiti analizzano il fenomeno, cercano delle soluzioni e si stupiscono degli evidenti fallimenti.
Gli elementi implicati sono numerosi e talvolta contraddittori: si ha paura della presenza di masse incontrollate o si temono forme moderne di schiavitù; si teme la concorrenza di una mano d'opera destinata ad essere sfruttata, o si accettano come inevitabili mezzi per restare competitivi. Ma l'attualità ci sollecita per mezzo dei drammi che rivela: si espellono due milioni di illegali dalla Nigeria, si viene a sapere di naufragi di imbarcazioni di lavoratori haitiani o dominicani, si scoprono mostruose truffe ai danni dei filippini o dei thailandesi abbandonati su spiagge deserte dai loro trasportatori.
Il modello classico per spiegare la migrazione poggia sull'idea della scelta individuale e della motivazione. I fattori "push" e "pull" derivano semplicemente dalle disparità economiche e basterebbero per provocare la decisione di partire.
Si tratterebbe quindi di una risposta individuale alla differenza di standard di vita. Da qui la tentazione di leggere il fenomeno storico attraverso questa cosiddetta risposta individuale. E se quest'ultima si effettua fuori delle norme del paese ricevente, il migrante si pone nell'illegalità, diventa un irregolare, un clandestino, insomma colpevole.
Noi usciremo decisamente da questo quadro, senza negarne l'importanza determinante, specialmente nella coscienza di molti candidati all`emigrazione, stanchi della mancanza di lavoro e di speranza, stanchi della loro miseria e affascinati da miraggi di futuri paradisi.
Ne usciremo perché la realtà è molto più complessa. Occorrerebbe, ad esempio,rendere conto del fatto che in certe epoche la scarsità della mano d'opera è stata il problema principale da risolvere. L'industria europea e nordamericana, la necessità di attrezzature dei paesi petroliferi, le miniere del Sud-Africa sono stati luoghi avidi di mano d'opera.
Così sono state create delle grandi vie di migrazione umana: cinesi verso i Caraibi, indiani verso l'Africa del Sud, africani verso l'Europa, asiatici verso il Golfo.
E qui tocchiamo con mano la struttura stessa dell'economia del mondo capitalistico: il suo modo di usare la manodopera e di assicurarne la riproduzione, di adeguarla ai bisogni del capitale investito e agli effetti della divisione internazionale del lavoro.
Per evitare una schematizzazione, che per essere chiarificatrice rischierebbe di non render conto della complessità dei fatti riguardanti la migrazione, esamineremo:
-la situazione dei lavoratori detti "illegali";
-le pressioni economiche che generano questa migrazione;
-le contraddizioni sociali nate da questa situazione;
-infine, richiameremo gli obblighi che incombono sui difensori dei diritti umani e dei diritti dei popoli tenendo conto del quadro strutturale analizzato.
. . . . . . . . . . . . . . .
Si è tentato di spiegare queste partenze avventurose, senza un contratto di lavoro, sia con la pressione demografica, sia con la pressione economica, sia anche con la ricerca di uno status sociale.
Nessuna di queste spiegazioni è soddisfacente. Non chiariscono il perché gli irregolari non sono respinti immediatamente, o perché non vengono dai paesi più poveri verso i più ricchi. Ciò che occorre chiarire è il fatto che sono entrati in una nuova forma di salariato e costituiscono una forza realmente utilizzata, addirittura richiesta ed apprezzata. Quanto al costo umano da pagare, è noto: gli impieghi più duri, marginali, instabili, mal remunerati, senza sicurezza, sono appannaggio dei lavoratori immigrati, in particolare degli irregolari. Il rapporto dell'onorevole Foschi all`Assemblea parlamentare del Consiglio d`Europa (3 settembre 1984) si esprime così:"La situazione illegale è un elemento di un sistema all`interno del quale il lavoratore immigrato clandestino si vede imposta una situazione d`irregolarità permanente, di vulnerabilità, di sfruttamento e di mancanza di diritti e di mezzi di difesa".
Uno degli aspetti chiave di questa fragilità è la mancanza del permesso di soggiorno che porta con sé una evidente vulnerabilità fisica e psicologica. Tuttavia si deve segnalare che in certi paesi questi lavoratori, coscienti di far parte di un apparato produttivo e sostenuti e incoraggiati da organizzazioni in difesa dei diritti umani, hanno cominciato ad organizzarsi, ad esprimersi, a lottare. Ci limiteremo a richiamare altri due aspetti di questa situazione: posti sul terreno della competizione, gli illegali non godono sempre della solidarietà sperata, conseguentemente tutti i loro problemi quotidiani sono cancellati e ignorati.
Si sa che le misure protezionistiche, istituite dai paesi riceventi non hanno fino ad ora mai raggiunto risultati probanti. Questa sola affermazione basta ad introdurci nell'analisi del ruolo della domanda e della capacità di superare le limitazioni giuridiche.
Faremo nostra questa conclusione di Piore (1980): "Le migrazioni di questo tipo sono generate dalla domanda e, in una prima fase, da essa controllate. I lavoratori sono reclutati da datori di lavoro di paesi industriali per assolvere compiti di un tipo particolare di lavori. E' indispensabile che certe condizioni (pressione demografica e bassi redditi) si verifichino all'estero perché i lavoratori rispondano a questi sforzi di reclutamento; ma né l'una né l'altra di queste condizioni è la causa dell'emigrazione. La domanda di lavoro nero (non assoggettato a tutte le leggi sociali e a obblighi fiscali o di altra natura) è un aspetto di questo bisogno di una manodopera che sfugge a tutte le conquiste sociali. E l'Italia, pur avendo sottoscritto, con Cipro, la Svezia e la Jugoslavia la Convenzione 143 del BIT è uno di quei paesi che ha visto recentemente svilupparsi questa forma di sfruttamento. Più dura è la concorrenza nel quadro delle ristrutturazioni economiche e tecnologiche e più si fa pressante in certi settori colpiti dalla concorrenza internazionale e dalle ristrutturazioni, il bisogno di una manodopera completamente sottomessa.
Non si deve dimenticare, trattando questa questione, che in un periodo di attività economica fiorente i sistemi ufficiali di reclutamento erano impotenti a soddisfare i bisogni delle imprese. L'immigrazione illegale era benvenuta, si regolarizzava dopo o non si regolarizzava affatto com'è il caso degli Stati Uniti, almeno fino ad oggi.
Il fatto è che non sono gli immigrati in situazione irregolare ad essere i più disoccupati, altrimenti si assisterebbe da parte loro ad un movimento di ritorno perché non hanno accesso all'assistenza sociale legata ad una situazione di impiego regolare. Si assiste solo ad un degrado della loro situazione, che è male analizzata e soprattutto poco o niente percepita in tutta la sua vastità. In un rapporto presentato al CIM durante il Seminario sui migranti senza documenti (Ginevra, 11-15 aprile 1983) l'American Friends Service Committee ha dato un quadro impressionante della vita di questi lavoratori "braccati" in California.
I paesi del centro della dominazione capitalistica non sono i soli affetti da questi problemi. La specializzazione internazionale è tale che un certo grado di industrializzazione è diffuso nel mondo intero. Le zone periferiche sono obbligate ad abbassare al massimo i loro costi di produzione se non vogliono rischiare di essere abbandonate: da qui l'istituzione di zone franche e l'utilizzazione di lavoratori, nazionali o stranieri, senza protezione. Più la manodopera è in movimento, più essa è fragile, sfruttata al massimo, ed è così anche tra i paesi in via di sviluppo. In questo modo tenta di sopravvivere l'industria dello zucchero a Santo Domingo con una manodopera haitiana. Parallelamente, il mantenimento delle frontiere nazionali contribuisce a periferizzare una parte del mondo, quella che non offre avvenire alle sue risorse e la sua manodopera entra nella zona di "riserva".
 

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