SoSTARE: quando l’abitare diventa un gesto femminista

Il 28 marzo il foyer di Cenni si è trasformato in un laboratorio di cittadinanza: il festival Sconfinare esplora il legame tra urbanistica, cura e genere, intrecciando voci esperte e testimonianze di quartiere

Virginia Wolf, in uno dei suoi saggi più celebri, scriveva che per scrivere romanzi, una donna avrebbe avuto bisogno di due cose: del denaro, e di una stanza tutta per sè. Il 28 marzo, il Foyer di Cenni si è trasformato in un palcoscenico dell’abitare consapevole attraverso un’installazione partecipata. L’evento ha messo in scena gli spazi di un’abitazione non come semplici scenografie, ma come dispositivi d’ascolto, dove ogni stanza diventava un pretesto per interrogarsi: Come viviamo questi luoghi? Dove ci sentiamo davvero libere?

Al centro della riflessione, il concetto di “casa” è stato declinato al femminile, evolvendo da spazio chiuso a luogo di autodeterminazione e cura collettiva. L’installazione ha stimolato un dialogo intergenerazionale profondo, rivelando come le domande sull’identità e lo spazio siano universali e costantemente aperte. Attraverso i racconti di chi ha ideato e vissuto questo percorso, emerge la potenza di un lavoro che non si è esaurito nell’evento in sé, ma che ha scavato nelle coscienze dei partecipanti.

Caterina sottolinea il valore dello specchiarsi nelle esperienze altrui, notando come il tema dell’abitare sia un argomento da sviscerare continuamente nel tempo: “È stato molto bello vedere i punti di vista di altre persone della mia età su questo tema così spinoso… ma mi ha lasciato molto anche vedere che le persone adulte vivono gli stessi temi che viviamo noi da giovani. In particolare, una coppia si chiedeva quale fosse lo spazio in cui sentirsi a proprio agio e a tratti non sapevano rispondere: hanno dovuto farsi delle domande”.

Per Giadamaria, l’evento è stato l’apice di un processo di riflessione molto più ampio, una scintilla per scardinare visioni predefinite sul genere e sullo spazio: “Dietro c’è un lavoro grande, un riflettere sull’abitare al femminile e molti livelli di riflessione, ognuno si è posizionato sui temi e sui livelli di approfondimento che sentiva riguardassero la propria esperienza. Secondo me c’è ancora tantissimo da fare, non è un lavoro che può finire lì perché ci sono ancora tanti temi da scardinare. Non lo vedevo come un festival chiuso, ma come l’inizio di una cosa che può continuare”.

L’installazione ha dimostrato che abitare non è un atto passivo. Nonostante la prevalenza di un pubblico femminile — segno di una sensibilità già accesa su questi temi — l’evento ha saputo coinvolgere tutti i visitatori, invitandoli a confrontarsi con la propria percezione del quotidiano. È stato un esercizio di attenzione, un modo per rallentare rispetto al consumo veloce di contenuti e scendere in quella profondità necessaria per trasformare una stanza in un manifesto di libertà.

Articolo scritto da Emma Besseghini abitante del Foyer